Alla scoperta dell’immaginario in fermento di Antonio Ferràgina

Articolo di Giannino Cascardo

***

Non solo acrilico, che provoca con l’aggressività della vibrazione cromatica, che Antonio riesce a domare con appropriato mix di sfumature e accostamenti, ma anche la tempera su carta, delicata e – direi – densa di poesia (“Autunno”).
Lo spettatore-fruitore comprende e apprezza la capacità tecnica, affinata e distillata in anni di insegnamento, di esperienza, di sperimentazione; gode delle linee di composizione e della struttura rigorosa dei volumi.
Come i pittori che “interpretano” e non copiano la realtà Ferràgina non teme di stravolgere le proporzioni perché intuisce e coscientemente è consapevole che il soggetto è il pretesto dell’espressione artistica.
Quello che conta è suscitare emozioni, aprire un varco nel muro della quotidianità piatta dell’individuo, abituato, quasi costretto, ad assorbire immagini quantomai assurde, soprattutto dai “media”, che rendono assuefatta la mente con “patterns” ripetitivi di situazioni, ma soprattutto di immagini che non fotografano la realtà, il vissuto angosciante in un momento di crisi.
E non solo economico.
Da qui l’apprezzamento per la pittura di Antonio, che esula dagli schemi puramente figurativi, dall’iperrealismo a se stante.
Il suo è un surrealismo alla Magritte, carico di significati, che la platea degli astanti è sfidata ad interpretare.
Sarebbe eccitante considerare ogni quadro e confrontare i propri sentimenti con l’ispirazione dell’artista!
Come nell’ “Anticamera”, dove l’attesa snervante del soggetto costretto ad una rigidità della figura, convive con un divano con richiami erotici; e quella mela, enorme, che serve a riequilibrare il volume del fiore sulla destra e della parete scura. La borsa nera che richiama subito la vista cosa contiene? Non carte, forse i desideri del personaggio, l’animo che dovrà esporre a chi lo attende.
“Crepuscolo sull’isola”: i piani (il primo con la quinta degli alberi – sono certo pini marittimi – la casetta) e poi quelli che ci portano all’infinito. Ferràgina qui mostra anche la proprietà tecnica dei colori: sa che quelli scuri “entrano” nella prospettiva e creano lo sfondo delle montagna, mentre la corsa delle nuvole s’illumina di sprazzi che disegnano un cielo tormentato e incombente in un piano intermedio, che “esce” dalla tela.
Ne “Il sonno degli dei” l’autore riesce anche a ribaltare il concetto: la maschera del dio (un moai nostrano) è più chiara rispetto al contorno, tace, ovviamente, e aspetta. Cosa? Non si sa, ma questa visione turba la figura in primo piano vista di spalle, incuriosisce i gabbiani, è lambita dalle onde.
Una tempera su carta: “L’attesa”. Dolce l’espressione della donna che aspetta l’arrivo del suo uomo. Lo scuro della parte destra della finestra (tipico degli infissi del Meridione d’Italia) è segnato dal riflesso della luce. Anche questa opera rivela (con per l’ “Anticamera”) l’atteggiamento psicologico dell’autore del quadro, che aspetta un evento, un qualcosa che si dovrà realizzare ma che appare lontano, inconcluso.
Segue “L’enigma del pavone”, un’elegante composizione perfettamente equilibrata e, anch’essa pregna di significato tutto da scoprire. A me ricorda la mitologica situazione di Leda e il cigno; la ragazza sull’altalena guata l’uccello con curiosità ma, dall’espressione intensa e tirata dei lineamenti, soprattutto con il timore di un pericolo che incombe e che proviene dalla sicurezza, dalla prepotenza del pavone, padrone della situazione e pronto all’iniziativa.
Si potrebbe continuare nell’analisi di ogni quadro di Ferràgina per una sfida interpretativa che, magari, non combacia con l’intendimento dell’artista, ma che certamente ha suscitato emozione nel fruitore.
Occorre, tuttavia, ricordarne almeno un altro: “L’inganno dei ricordi”. C’è un forte sentimento di rassegnazione nel personaggio sbiancato, nel rimpianto dei risultati di vita ottenuti e svaniti e in quelli mai raggiunti o persi.
Una silhouette, certo una donna, si china a raccogliere i fiori sulla panca portati dal personaggio, ma l’uomo non se ne accorge o non vuole farlo, immerso nei propri pensieri, e il tempo incombe dall’alto in quell’orologio che ricorda un altro famoso quadro surrealista; gli anni migliori sono scaduti e i ricordi sono la morfina per mitigare le sensazioni positive smarrite con il passare degli anni.
Ferràgina nella tecnica tradisce la sua origine bruzia, della costa a contatto con la civiltà greca, per la corposità cromatica, tipica di chi ha assuefatto da bambino la vista ai colori e ai sentimenti forti del Sud, come faceva Guttuso cantando la sua Sicilia.
Nei soggetti sfiora i temi del panteismo, quando ammira la natura, gli alberi, i fiori, le nuvole, il temporale che sta arrivando.
In quanto ai personaggi sono come, forse, è lui: ancora tutto da scoprire nella fantasia e nei significati tormentati, che cerca di celare.
Anche se, almeno una volta, si libera e si mostra nei “Pensieri felici”.

Val Seriana, 2 agosto 2013